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Gestione dello stress prima delle gare: le tecniche consigliate dagli atleti professionisti

📅 27 Agosto 2026✍️ di Silvano Bellanca⏱️ 7 min di lettura

La prima volta che ho visto un atleta tremare davvero non è stata in uno stadio pieno, ma in una piccola palestra di provincia, prima di una gara regionale di lotta. Le sue mani, callose e sicure in allenamento, facevano un rumore secco contro il borsone, come chicchi di grandine. Mi sedetti accanto a lui e gli chiesi di ascoltare il suono più semplice del mondo: il respiro. Mentre contavamo insieme, quattro secondi per inspirare, sei per espirare, il tremore diventò un’onda più lenta, quasi regolare. Quella mattina non vinceva la medaglia più importante, eppure imparava una cosa che valeva per ogni gara a venire: lo stress non si elimina, si governa.

Il corpo che sa prima di noi

Il pre-gara è un mattino particolare del corpo. Le pupille si fanno attente, il battito s’infila tra i pensieri, lo stomaco borbotta come un motore freddo. È la naturale conseguenza della messa in allerta, un fenomeno che in letteratura coincide con la Risposta allo stress. Gli atleti professionisti lo sanno e raramente pretendono di cancellarla: la incanalano. Chi corre i cento metri la riconosce come un picco utile; chi scia un gigante la diluisce per non finire rigido al primo intermedio. L’errore più comune, nei dilettanti come negli esperti, è scambiare i segnali fisiologici per sintomi di fallimento. Invece sono munizioni da distribuire con criterio.

Respirazione, la leva più corta

Quando lavoravo come responsabile dell’attività sportiva in un centro ricreativo, seguivo adulti in riabilitazione motoria e ragazzi con l’urgenza della gara. A tutti insegnavo una stessa porta d’ingresso: la respirazione diaframmatica. Non è una formula magica, è l’arte di creare spazio tra un battito e l’altro. Seduti o in piedi, una mano sul petto e l’altra sul ventre, si lascia che sia l’addome a salire, come una vela che prende vento. Quattro tempi per inspirare, una breve pausa, sei per espirare. L’effetto più sorprendente non è il rilassamento in sé, ma la sensazione di controllo che ne deriva: il corpo obbedisce a un ritmo scelto, non imposto.

Ricordo una ciclista che arrivava al velodromo con la testa già in curva tre. Facevamo tre cicli di respiro prima della ricognizione, poi due dietro la partenza, e uno soltanto all’aggancio del pedale. Quel decrescendo le dava la misura del momento, come un direttore d’orchestra che abbassa la bacchetta prima dell’attacco. Non cercava di svuotare la mente, la organizzava.

Visualizzazione e dettagli che ancorano

Gli atleti professionisti non visualizzano solo l’arrivo, visualizzano le traiettorie, la spinta del primo appoggio, la posizione delle spalle sotto fatica. Ho visto un nuotatore segnare con un pennarello la cornice mentale della virata: entrava in acqua con gli occhi già pieni di un bordo preciso. La differenza tra fantasia e visualizzazione efficace è nei dettagli misurabili. Immaginare la temperatura del blocco, la ruvidità della corda, il clic del cronometro. Sono ancore sensoriali che tengono l’attenzione nel presente e sottraggono energia alla ruminazione.

In riabilitazione insegnavo a ricostruire il gesto in sequenza: non “salterò senza paura”, ma “ginocchio morbido, anca in linea, braccia che guidano”. La stessa logica assiste chi è sano e pronto: quando il cervello conosce la partitura, lo stress non interrompe la musica. È un attore che entra a metà battuta ma trova comunque il suo posto.

Routine brevi, mai rigorismi

Le routine pre-gara funzionano quando sono corte e flessibili. Un professionista non sacrifica la gara a un talismano: se manca la fascia preferita, non crolla. Ho imparato questa lezione sulla mia pelle, da ex rugbista semi-professionista. Per un periodo legavo l’allacciatura destra prima della sinistra. Il giorno in cui, per fretta, invertii l’ordine, la testa partì in un labirinto inutile. Quella partita mi ha insegnato che la routine non è una superstizione, è una compressione di scelte. Tre azioni, sempre uguali: un gesto tecnico, un respiro, una frase breve. Il resto appartiene al margine della giornata, che a volte premia chi sa improvvisare con grazia.

Parlarsi come a un compagno

Nel tennis, un ragazzo che seguivo si insultava al primo errore. Ogni parola era una sassata nello stagno, e le onde arrivavano fino al tie-break. Gli proposi una regola da spogliatoio: parlarsi come si parlerebbe al migliore compagno. Frasi all’indicativo presente, corte, concrete. “Piede avanti”, “Servizio alto”, “Resta qui”. La semantica diventa biomeccanica. A livello professionistico, il dialogo interiore non è una carezza; è un richiamo operativo. Il tono conta quanto il contenuto: fermo, non duro; diretto, non giudicante. È così che si impara a sostituire il “non sbagliare” con un “cerca la riga”.

L’allenamento invisibile

Si sente dire che “la testa fa la differenza”. In realtà, la testa si allena con la stessa periodicità delle gambe. Inserire esercizi mentali in seduta, invece di relegarli al giorno prima, riduce l’attrito quando serve davvero. Ho visto squadre provare l’ingresso in campo come si prova una rimessa laterale: tempi, sguardi, posizioni. Le prime volte sembrava teatrale, poi diventava naturale. Nella settimana tipo, dieci minuti di respirazione guidata, cinque di visualizzazione su un micro-obiettivo tecnico, un minuto di autoistruzioni prima di ogni serie chiave. È l’economia del dettaglio, quella che evita di affidare tutto alla carica dell’ultimo minuto.

La tecnologia può aiutare senza diventare una gabbia. Strumenti di Biofeedback misurano la variabilità cardiaca e restituiscono un grafico della calma operativa. Non servono a fare bella figura sui social, ma a conoscere il proprio pendolo interno. Alcuni atleti che ho seguito alternavano sedute con feedback a giornate “a sensazione”, per non anestetizzare l’intuito. Come in cucina: si impara con la bilancia, poi si affina anche a occhio.

Gestire l’inaspettato

Ogni gara porta con sé una sorpresa: vento laterale, ritardo alla partenza, un avversario che cambia strategia. Chi non si spezza ha già previsto l’imprevisto. Ricordo una mezzofondista che temeva le partenze rinviate. In allenamento, fermavamo il cronometro a caso, la facevamo ripartire dopo trenta secondi, a volte dopo due minuti. All’inizio litigava con il suo stesso cuore; alla fine, trovava una seconda prima volta. Lo stress, se educato, diventa un elastico: si tende, ma non si spezza.

Vale anche fuori dalla pista. Gli adulti impegnati in percorsi di riabilitazione motoria vivono micro-gare quotidiane: il primo gradino dopo un intervento, la prima corsa leggera dopo mesi. Lì lo stress è misurato in millimetri, eppure la logica è la stessa. Respiro, gesto, parola chiara. Ogni riuscita allena la successiva, ogni intoppo è materiale per la revisione, non un verdetto.

Dopo la gara, il silenzio che costruisce

La gestione dello stress non finisce al traguardo. I professionisti hanno rituali di decompressione che preparano già alla gara successiva. Qualche minuto di defaticamento, acqua e un appunto scritto a caldo: quale tecnica ha funzionato, quale no. Ho visto campioni conservare quaderni di bordo con più cura delle medaglie. Non perché amino i ricordi, ma perché sanno che la memoria, da sola, mente. Nel mio centro, anche gli amatori iniziavano a tenere un diario. Le prime pagine erano impacciate, poi diventavano mappe. La pressione si abbassa quando ha confini tracciati.

Il sonno è il capitolo finale e spesso più trascurato. Dopo uno sforzo intenso, l’adrenalina corre ancora in circolo. Spegnere le luci digitali, mangiare leggero, lasciare al corpo un’ora di rullata lenta verso il letto sono scelte che fanno la differenza. Gli atleti professionisti le trattano come parte dell’allenamento, non come un premio.

Una promessa mantenuta al corpo

Penso spesso al ragazzo della palestra di provincia. Lo incontrai anni dopo, con un titolo regionale in tasca e il vecchio borsone sulle spalle. Mi disse che la tecnica del respiro non gli aveva mai promesso vittorie, gli aveva promesso presenza. E quella promessa, mantenuta, gli aveva dato più fiducia di qualsiasi discorso motivazionale.

Lo stress prima di una gara è una compresenza: paura e possibilità nella stessa stanza. Da ex rugbista che ha sbagliato calci decisivi e da allenatore che ha visto ricostruire gesti partendo da zero, so che la differenza non è nel coraggio urlato, ma nella delicatezza del gesto ripetuto. Respiro, visualizzazione, parole semplici, routine brevi. Strumenti diversi per un obiettivo comune: arrivare al momento giusto al posto giusto, con il cuore che batte nel ritmo scelto da noi. È una forma di educazione, un patto con il corpo. E alla fine, quando le mani tornano ferme, quel rumore secco sul borsone diventa il suono di chi è pronto a fare il proprio mestiere.

Silvano Bellanca

Silvano, ex rugbista semi-professionista, ha lavorato come responsabile dell'attività sportiva in un centro ricreativo, curando anche programmi di riabilitazione motoria per adulti. Usa storie reali per spiegare il valore della costanza e della determinazione nello sport e nel benessere.